Pernod Ricard, produttore di marchi popolari come Blenders Pride, Imperial Blue o Seagram’s, ha citato in giudizio Karanveera Singh Chhabra, proprietario di JK Enterprises e creatore della whisky London Pride. Il gruppo ha sostenuto che la nuova marca è notevolmente simile alle sue denominazioni registrate e che l'uso della parola “Pride” nel nome potrebbe evocare associazioni con Blenders Pride. Secondo l'azienda, le somiglianze riguardavano non solo il termine stesso ma anche l'arrangiamento grafico dell'imballaggio, la palette cromatica, le etichette e l'estetica complessiva del prodotto, il che – a parere del querelante – poteva indurre i consumatori in errore.Le richieste includevano il divieto di continuare a utilizzare il marchio contestato, l'obbligo di distruggere i materiali che violano la legge e un risarcimento pari a un milione di rupie. Inoltre, ancora prima della decisione sulla causa, l'azienda chiedeva il blocco delle vendite di London Pride tramite provvedimento giudiziario.
La parte convenuta sosteneva che London Pride fosse un marchio completamente diverso da Blenders Pride, sia dal punto di vista visivo che fonetico. Sosteneva che la parola “Pride” fosse un termine lusinghiero, spesso utilizzato nel settore alcolico, e che il suo impiego non potesse costituire un monopolio per un'unica azienda. Nei registri dei marchi sono stati annotati almeno 48 altri marchi di whisky contenenti “Pride” nel nome, a conferma della diffusione di questa espressione.Il tribunale commerciale nonché la Corte Suprema del Madhya Pradesh si sono conformati a tale argomentazione. È stato sottolineato che la forma delle bottiglie, la palette cromatica e i loghi dei prodotti delle parti differiscono in modo evidente. Si è anche evidenziato il profilo del consumatore: i consumatori di whisky premium sono solitamente consapevoli delle proprie scelte e capaci di distinguere le marche. Mancavano inoltre prove di qualsiasi inganno reale.
La Corte Suprema, alla quale la causa è infine arrivata, dopo un'analisi ha confermato le precedenti sentenze, riconoscendo che la protezione di un marchio riguarda l'intero segno registrato e non singole parole contenute in esso, se queste non sono oggetto di una registrazione separata. I giudici hanno riconosciuto che “Pride” è un'espressione di pubblico diritto – cioè comune nel settore considerato – e, come tale, non può essere monopolizzato.Durante il procedimento la Corte Suprema ha preso in considerazione anche la possibilità di indurre il convenuto a modificare gli elementi visivi del marchio; tuttavia alla fine ha deciso di risolvere la questione in merito al merito. Nel dispositivo sono stati citati anche casi analoghi avvenuti a settembre 2023, quando è stato rifiutato il rilascio di una protezione temporanea a Pernod Ricard nella controversia con United Spirits, produttore della bevanda “Royal Challengers American Pride”.
La sentenza ha un ampio significato non solo per i produttori di alcolici, ma anche per l'intero mercato dei beni di lusso. La sentenza conferma che singole espressioni valutative, come "Pride", "Royal" o "Gold", non possono essere facilmente accaparrate da un'unica azienda se sono ampiamente utilizzate nel settore e non sono state registrate come marchi distinti. Per le imprese ciò significa la necessità di costruire un vantaggio competitivo attraverso elementi unici del marchio – dalle denominazioni irripetibili alla caratteristica immagine visiva.La decisione della Corte Suprema potrebbe diventare un punto di riferimento per futuri contenziosi in cui si verifica il conflitto tra la tutela del segno distintivo e la libertà di concorrenza. Il messaggio è chiaro: il diritto non mira a impedire l'uso di parole che da tempo appartengono al linguaggio comune del settore.
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